|
|
||||||||||||||||||||||
| Barbieri D. Dal Vecchio E. De Martino F. Batacchi G. Giovannoni O. Biasi P. Bonifacio T. Ciulli V. Magno G. Pajetta A. Redaelli Gianfranco Barbieri L’inequivocabile oggettualità Se è facile vedere che M.B. non ha niente da spartire coi »Neue Wilde«, più arduoma forse più significativo!è distinguerlo da certo pseudo-realismo che fa il verso a Brecht (“Von allen Werken die liebsten sind mir die gebrauchten. Die Kupfergefässe mit den Beulen und den abgeplatteten Rändern. Die Messer und Gabeln, deren Holzgriffe abgegriffen sind von vielen Händen”). In effetti, I'operazione che M.B. tenta è ad un tempo più sottile ed ambiziosa. Prendiamo le sue “Nature morte”, ad esempio. La loro concretezza, la loro inequivocabile oggettualità, quella matericità decisa che le pervade non deve trarre in inganno. Quelle bottiglie e caffettiere quei bicchieri e cappelli non sono meri segni atti a fissare una realtà della provincia italiona, che peraltro M.B. ha avuto modo di conoscere a fondo. Intanto, questi oggetti, sospesi nel vuoto monocromo dello sfondo, si stagliano in un equilibrio precario, che non ha riferimento diretto con un contesto socio-economico. Eppure, proprio questo loro “essere reperto” acquista valenze insospettate. Il prepotente nitore del segno tende infatti a coinvolgere il fruitore in un recupero a livello più profondo (irreale!) di una realtà che la cultura dei mass-media (i riferimenti in questo senso sono sintomatici ed illuminanti) sta obliterando... Prefazione del catalogo della mostra “La vita silenziosa delle cose” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, 25.10.-15.11.1985 back Dino del Vecchio "Architetture impossibili" Per Matthias Brandes lo spazio è autentico protagonista, senza luogho né tempo, stratificazione di esperienze e desideri, di storia e di memoria per un percorso compositivo, immaginario e mentale. L'artista guarda al passato per cogliere le incertezze del suo tempo: come Piero della Francesca raccoglie classicità e modernità in senso e metafisico. Indaga con ossessiva e scrupolosa perizia le forme che consentono di raggiungere con disinvoltura temi e tecniche sempre più personali. Dipinge gli elementi come fossero oggetti indipendenti per una costruzione che accavalla alberi e case in assoluto equilibrio tra geometrie e pittura. A prima vista i quadri sembrano citare esperienze storiche del novecento (de Chirico, Sironi, Carrà). Ma bisogna collocare il suo lavoro in un'altra dimensione per leggere in controtendenza le utopie dei surrealisti. - Dalì fissa l'immagine per la sua stessa immortalità con chiari riferimenti al mito. Per Brandes, gli alberi sono fissità ed ermetismo. Come oggetti di desiderio vagano inconsapevoli alla ricerca di un varco per superare i "muri d'orto" di Montale, estrapola "assunti quotidiani" per mostrarli quale occasione di "altre poetiche" che come i readymade duchampiani consentono all'osservatore nuove maniere di leggere il "bello". - Per Lautremont l'incontro fortuito è stabilire l'insolito fatalismo. Brandes assembla magiche favolistiche storie, per esplorare altri "lidi", incontaminati luoghi che appaiono forse solo attraverso la memoria e nelle aspettative di chi cerca di sfuggire alla banalità, per ricercare nel nostro frammentato e alterato contemporaneo il senso di esistenza. - É silenziosa armonia che incanta: i grigi perlacei, le ocre, i verdi contribuiscono a sospendere case e alberi tra realtà e finzione, per una lettura che accosta il desiderio ai ricordi, idoli totemici collocati sulla tela per spazi virtuali. - Gli spazi infiniti edificano le costruzioni sempre in attesa di solennità. Brandes dipinge le cose che cerca in se stesso consapevole della fatica, per un continuo scandagliarsi. Per l'artista l'arte è vitale, una condizione di esistere che appare nelle sue profonde marine, nelle sue navi cariche di ipotetici viaggiatori per approdi improbabili. Matthias Brandes istaura un'energia che attrae lo spettatore; per incanto ci trasborda in luoghi mai visti prima per comunicarci il disagio e la precarietà del tempo. Questa mostra e per noi il labirinto in cui districarsi per ritrovare nell'arte una ragionevole opportunità trascendente. Presentazione della mostra alla Galleria MOMart, Castelfranco Veneto, 9 dicembre 2000 back Enzo De Martino Case accatastate come giocattoli I dipinti recenti, tutti eseguiti nel 1999, di un’artista tedesco da alcuni anni residente nel Veneto. Matthias Brandes (Bochum 1950) dipinge case accatastate come giocattoli con una operazione straniante di sapore surreale. Presentata da un bel testo in catalogo da Olimpia Biasi una collega che parla del “malessere profondo che è la pittura”, la mostra, la prima in Italia di Brandes, emana una sorta di inquietudine e misteriosa malinconia. Non an caso, perciò, opere come “Acqua alta” cnfigurano, forse, una più o meno consapevole citazione de “L’isola dei morti” di Arnold Boecklin. Rimane il fatto suo nel senso che mette in scena una visione fantastica realizzata sapientemente con il; linguaggio della pittura. Manifestando i tal modo un originale ed accattivante immaginativo. Recensione della Mostra alla Gelleria Santo Stefano/Venezia Gazzettino de Venezia, 12/2/2000 back Franco Batacchi In quella casa abita Utopia Una casa l'archetipo di una casa. Una casa italiana, forse toscana. Una casa toscana trapiantata nel Veneto. Trapiantata? No, trasportata. Sollevata e sostenuta dal vento attraverso un cielo nordico, terso e freddo. Una semplice casa. Semplice come la disegnano i bimbi: quasi cubica, con gli spioventi del tetto simmetrici e privi dello sporto di gronda. Poche finestre - aperture senza imposte, come bocche spalancate - sui lati maggiori; sull'altro visibile, una porta ad arco romanico. Talvolta la porta introduce ad una scala che si addentra nell'ombra. In alto, la finestrina rotonda (occhio di Polifemo). Case come tessere di domino abbattute e mischiate dopo una partita (o prima?). Accumuli di case, gonfiati da un'anomala forza tellurica che rispetta l'integrita dei muri ma cancella strade e piazze di una citta deserta. Soltanto i cipressi (ancora la Toscana) e qualche pino marittimo resistono, perfettamente ritti e radicati, indomiti al cataclisma. La natura che rivendica il primato sull'ottusa aggressione edilizia. Case emergenti da una piatta laguna, oppure precariamente posate sul piano di un mobile, come nature morte.Case-balocco sorvolate da casette lunari sospinte da nubi luminose. Una casa nera. Quella che preferisco, nulla concede di "grazioso", se non la scaletta con i corrimani celesti. L'assonometria imperfetta la erige a monumento, piacerebbe anche a Sironi. Dentro potresti trovare le ruote giganti fabbricate in Uruguay da Ricardo Pascale, o un ferro massiccio di Pino Spagnulo. Questo ed altro ho visto nello studio di Matthias Brandes. Ho visto oggetti promossi a personaggi (sedie, vecchie caffettiere) e navi a vapore dai molti camini. Ho intravisto il futuro di una pittura che approdera audacemente alla figura umana mediando tra Masaccio e Balthus. In origine il gotico (che non affidava firme alla memoria). E poi via ancora con i nomi, per fissare le boe di una rotta originale: De Chirico, Magritte, Rosai, Gnoli, Clerici. Improvise accensioni cromatiche alla Paolo Uccello, ma prevale il "basso continuo" di impasti materici cari a Guarienti, delimitati con precisione e scanditi su fondi tirati a contrasto, come quelli di Donghi e Cagnaccio di San Pietro. Brandes e fuggito dalla riva dell'Espressionismo, si e tuffato nelle acque piatte di Rousseau, ha nuotato fino alla sua isola. Lo studio dell'artista e ormeggiato in terraferma, sul bordo di Ca' Tron, uno degli ultimi latifondi preservati in un paesaggio distrutto dai geometri e dal becero pragmatismo urbanistico. Arrivo qui proprio nel giorno della grande notizia: una banca ha comperato tutto e forse i mille campi non si consegneranno all'ennesima lottizzazione selvaggia, forse tutto restera come dev'essere. Agricoltura, uomini, animali. E case vere, case semplici, case come quelle dipinte da Brandes. Sono le case che Morandi vedeva dal cortile di via Fondazza. Sono le case davvero identiche nella forma, ma agli antipodi nella sostanza - usate da Luca Alinari per fornire alibi di verita ai suoi deliranti paesaggi fantasmagorici. Sono le case che altri (da Pozzati a Stefanoni, da Frabboni a Tonelli) hanno eletto a simbolo. Dalle finestre di queste case (e dalla finestra dello studio di Matthias) si vedono vaste aie circondate da portici, dove si accumulano colline di mais e si festeggiano matrimoni, raccolti, vendemmie. Fellini, Bertolucci, Tonino Guerra le hanno celebrate. In Brandes tuttavia non affiora il malinconico reperto di Strapaese. Egli viene da Amburgo: altri cieli, altra storia. Sovente vi ritorna, ma dice che oramai si sente a casa soltanto in Italia. Forse e giunto qui trascinato dalla vecchia calamita del sentimento, ma ha scelto di rimanere per altre ragioni. La fondamentale - quella che più mi interessa - e la coraggiosa decisione di rinunciare ad ogni altra attività e di votarsi esclusivamente alla pittura. Egli sa che non basta il talento. L'arte e un enigma che coniuga professione e utopia, richiede coraggio, energia, curiosità e cultura. Con Matthias si puo conversare ascoltando parole che manifestano idee, speranze, ambizioni. Un pittore, oggi, che riesca a evitare la banalita del circo-mercato e si proponga di pensare in grande, e una novità. O, se preferite, un reperto da museo. Tutto sta a capire in che direzione stiamo andando. Io spero che la pittura non sia morta e, dunque, ritorni a percorrere la strada che Brandes un bel giorno ha scelto, quando si e trovato al bivio cruciale del suo destino d'artista. Presentazione della mostra alla Galleria Santo Stefano/Venezia sabato 5 febbraio 2000 back Giannino Giovannoni Il tedesco Brandes alla "Sartori" Matthias Brandes, artista tedesco formatosi in Italia, espone le sue opere recenti presso la Galleria d'Arte "Arianna Sartori" con inaugurazione della mostra il 10 febbraio 2001 alle 18. Le opere di Brandes sono proprio quelle che mettono in crisi la critica poiché rappresentano della case molto semplici che somigliano tanto a quelle del gioco del Monopoli, e di fronte a tanta apparente semplicità non si sa come organizzare una riflessione ed un discorso critico. Poi ci accorge che questa semplicità corrisponde ad un’assolutezza della forma che si è determinata dalla lunga frequentazione di Brandes all'arte del primo rinascimento italiano, e forse queste case-archetipo ricordano quelle dei borghi dipinti da Giotto nel ciclo di Assisi o quelli di Piero della Francesca nel ciclo del rinvenimento della vera croce di Arezzo, e che la mobilità o la perdita di peso dei suoi edifici riflette anche la ossessione prospettica dell'arte di Paolo Uccello che diviene fine a sestessa per tramutarsi poi quasi in un gioco. Forse anche i dipinti di Brandes hanno un contenuto iniziatico e la tradizione esoterica ha sempre insistito sul fatto che l'interno è anche l'esterno e che se riuscissimo a valicare la soglia degli edifici superando il passaggio fra il mondo estemo e il mondo intemo dell'iniziazione raggiungeremmo il punto sacro che contrassegna la duplice via dello spazio verticale e dello spazio orizzontale, formando così una croce nello spazio e nel tempo, perdendo le nozioni di alto e basso e, come all'intemo della grande piramide, ci addentreremmo in un itinerario dove le vie del futuro sono quelle indicate dalle stelle. La mostra resterà aperta sino al 22 febbraio. La Citadella (Mantova) 11/02/2001 back Olimpia Biasi Calma allucinata “Esistono due maniere di pensare a questo mondo: quello che ti porta ad avere ragione nelle discussioni e quella che ti porta a scoprire le cose.” Dashiell Hammet La “Svitata” è una caffettiera “cento-per-settanta-acrilico-su-tela”, col becco adunco e il bacino opimo, parente diretta di una bagnante estatica inglobata in una sedia azzurra. La loro posizione è ineluttabile ed eterna. Non si sa da quando, né perché siano così pervicacemente immobili. Leggermente più precarie “Tre sedie” che si esibiscono in un difficile equilibrio virtuosistico, ma chiaramente introverse pensano ai fatti loro e non comunicano le loro intenzioni. Matthias Brandes indaga il silenzio, entra furtivo in luoghi a noi interdetti, dove cose, case e persone giacciono come oggetti smarriti, rassegnati ad un destino comune, avvolte, senza scampo in una luce nitida, deposte lì con cura in uno spazio complice. Questi luoghi sognati o inventati dal caso, non hanno profumi, né rumori o fruscii, vivono di una calma allucinata. Matthias li percorre estasiato e va fino all’abisso che li conclude, dove giacciono paesaggi afoni, senza gravità. Si siede sul bordo e gioca con le case come un gatto malinco-nico, allungando la zampa per rovesciarle piano sottosopra, curiosando, stupito della loro leggerezza. Qui sull’abisso terso, le case volteggiano lentissime con le bocche spalancate e gli occhi fissi, si portano dietro alberi e mozziconi di paesaggio. Hanno colori terrosi e ospitano metri cubi di silenzio pressato. Lo studio di Matthias è un grande abisso sospeso di case volteggianti senza alito di vento né rumori, né profumi, né odori. La luce entra troppo indiscreta per il pittore che si muove in assenza di gravità sulle vecchie assi e protende la mano e fa volteggiare piano la casa grigia finché non entra nella “scena n° 1” dove un cielo vero color acqua sta aspettando paziente. Fuori nel mondo infuria la primavera con uno stridore di colori, suoni e riverberi. La campagna è sfacciatamente bella e vitale. Matthias parla di sé, della sua vita, dell’approdo in Italia sulla scia romantica di nordici eccellenti e parla di quel malessere profondo che è la pittura e di quel suo sentire figurativo. Muove il piede sul prato e dice “tutti calpestiamo passi già fatti in questo secolo”. Ha fatto una vera scuola ed esperienze profonde attaccandosi estasiato al quattrocento italiano, e guardando attento luoghi e memorie dell’arte ma con dentro il forte desiderio di rintanarsi sempre nello spazio che solo lui conosce per ascoltare dentro di sé quel malessere profondo che è la pittura. Prefazione del catalogo Matthias Brandes, opere 1998-99 back Paola Bonifacio Matthias Brandes, opere recenti Su un tavolo dalla linda tovaglia gonfia di luce sostano silenti un cipresso e una casa in miniatura. La naturalezza apparente della composizione nasce dalla sintesi elementare delle forme, dai toni pacati dei colori, dallo spazio altro illuminato dallinterno, vivificato dalla calma e calibrata tensione espressiva. E un equilibrio però, appunto, apparente. La tecnica pittorica restituisce infatti in maniera sommaria ma chiaramente percettibile - l’irregolarità materica che sostanzia le pareti e il tetto del piccolo edificio leggermente asimmetrico, e gli elementi vivi, naturali che suggeriscono le nervature del tronco e la chioma leggermente mossa dell’albero. Questi indizi, questi labili frammenti di realtà, contribuiscono in maniera significativa ad alimentare nell’osservatore quel senso di curioso straniamento (Haus mit blauem Eingang, 1991) che cattura, attraendo, chi si ponga davanti alle ultime opere di Matthias Brandes. Il pittore, d’altro canto, opera da sempre all’interno di questa sospesa spazialità antinarrativa; gli oggetti che inizialmente propone nei suoi quadri (Grande caffettiera, Limoni, Il cappello del nonno, etc.) parlano della sua patria delezione - l’Italia , riscattata dalla consueta e deformata visione tipicamente folklorica che ancora del nostro Paese ne ricava il mondo tedesco, cui pure il pittore appartiene per nascita. Brandes parte così da stilemi tematici ricorrenti (le nature morte, i tipici interni mediterranei) per bloccare gli oggetti, ricostruendoli in forme sintetiche attraverso una solida luce nordica che li chiude nel quadro: ricomposti sulla tela con lavoro paziente e rigoroso, qui essi si appropriano di volumi e rapporti formali equilibratissimi, dalla compostezza rinascimentale. D’altra parte, questa suggestione ideale interessa anche lo spazio esterno allopera: la sintonia con lambiente, l’equilibrata interazione tra i due luoghi cercata dal pittore il dentro pittorico e il fuori architettonico - creerà con l’osservatore un significativo rapporto empatetico, anchesso di chiara ispirazione umanistica. Lasciata per il momento da parte la serie dei Bagnanti (1991-1993), congelata in un’affascinante solitudine atemporale, giungiamo ai lavori attuali. Va detto, intanto, che per Matthias Brandes ciò che nasce dall’immaginazione è di gran lunga più interessante del dato reale. E quanto il pittore immagina, e con pacata, ma ripetitiva ossessività, dipinge in questo periodo, pur proposto in varianti ben definite, è sempre lo stesso soggetto: la casa-individuo, come ama definirla il pittore. Un artista quando si esprime continua Brandes o racconta la sua vita o commenta la pittura; o, forse, fa entrambe le cose, si potrebbe aggiungere. E vero, infatti, che suggestioni innegabili al suo modo di dipingere derivano dall amore profondo per il citato Quattrocento italiano, filtrato attraverso i silenzi di Morandi e la misteriosa luce di Balthus, o la monumentalità fortemente chiaroscurata e plastica di Sironi; in alcune prove il pittore guarda anche alla densa matericità cromatica di Permeke, all’intensa espressività del primitivo Rosseau, e, naturalmente, alla surrealtà di Magritte... Nelle opere recenti di Matthias Brandes emerge però, con una certa evidenza, una connotazione fortemente autobiografica: il fatto di sentirsi, in fondo, un tedesco sradicato per i continui spostamenti della famiglia durante l’adolescenza tra Francoforte e Amburgo, lo induce oggi, superato il tradizionale richiamo romantico del nordico per l’Italia, a sentirsi nel nostro Paese dove ormai vive da anni, ancora un estraneo, ma un estraneo che - per sua stessa definizione - qui riesce ad entrare. Entrare, quindi non tanto per una ricerca d’integrazione sociale, peraltro già in corso di consolidamento quanto per instaurare un contatto significativo con una cultura, spirituale e artistica, di cui avverte profondamente il fascino e la forza. Entrare, quindi, attraversando magari quelle sue porte aperte nella penombra sull’unica, graziosa scala dal sottile corrimano azzurro (Casermone 1997-1999), avventurandosi nelle elementari dimore dalle connotazioni architettoniche minime, dove lelemento classico è risolto in sfumata citazione, perché è in realtà l’atmosfera in generale a mostrarsi debitrice di una ricerca di affinamento e conoscenza più profondi. La possibile soggezione all’amato universo pittorico, è risolta da Brandes portando su un piano parzialmente ludico le composizioni, privandole di figure, e, quasi, di paesaggi, risolti piuttosto come scabre casse di risonanza di una calma attesa (Piazzetta 2, 1999). Lo spazio senza tempo e aria accoglie interi quartieri, accumulando gli edifici dipinti come giochi dimenticati, abbandonandoli in equilibrio precario, rovesciandoli gli uni sugli altri, facendoli levitare (Limprevisto, 1999), talvolta cristallizzandoli alla maniera di Magritte (Eclisse, 1999; Villaggio Marino, 1999), oppure affondandoli in un mondo liquido, teso e silenzioso. Presentazione della Mostra a Cà Lozzio/Oderzo, Domenica 6 Febbraio 2000 back Teresa Ciulli ...Conservo nella memoria le immagini delle tue rocce/case in volo su campagne sottratte alla corruzione alla morte. E l’immagine di un tavolo dove le case rocce erano a fianco di una nave roccia. Giocattoli di un bambino uomo che sa il peso delle regole ma non se ne fa schiacciare. Tant’è che nel mondo di quell’uomo le cose pesanti volano e quelle leggere se non acquistano peso, restano lì. Ho ancora negli occhi le immagini dei tuoi lavori, anche quelli che mi hai fatto vedere per fotografia. Quei busti di uomini e donne, come di pietra anch’essi, immersi nell’acqua. Un’acqua immobile come l’aria. Eppure l’acqua, l’aria, sono medium, veicolo, mezzo, sono l’elemento che connette che sostiene che dà senso e perciò storia. Senza aria le tue rocce/ case sarebbero solo elementi di diperazione; senza l’acqua le tue figure sarebbero solo dannate, corpi che scontano il purgatorio di una mancanza di eventi di una spaventosa immobilità.Invece l’acqua, così come l’aria, crea il racconto la sospensione il mistero. Cosa c’è sotto quell’acqua? Si toccano quei piedi, e sono piedi o sono corpi di pesci? E dove poggiano? E’ una vasca o un mare, quello? E cosa aspettano? La pioggia, o il grido o il pianto di un bambino che li farà uscire precipitosamente fuori dall’acqua? E quell’acqua è salata o dolce? E’ formata dalle loro stesse lacrime o è una pausa una assenza generale un oblio temporaneo ma ugualmente offensivo per l’anima? Questa importanza che la tua pittura conferisce al medium, al mezzo, mi sembra vicina a quella dei presocratici. A quel mondo che loro individuavano in solo tre quattro sostanze fondamentali, aria acqua terra fuoco. Ecco spiegata la dimensione metafisica e filosofica a cui le tue immagini legano. Il mondo nelle tue tele sembra descrivere gli uomini il pianeta prima dell’inizio della storia. O dopo. Prima della vita. Dopo la morte. Ma non c’è tragedia. A differenza del mondo greco che divide le nostre vicende in due categorie, la commedia e la tragedia, tu non sembri interessarti di questa ripartizione. Tu ti posizioni sulla memoria, sul ricordo sulla tracce delle cose. E la sovverti. La trasgredisci. In questo quella tua non si fa memoria umana ma assomiglia invece a quella che fu dell’acqua a quella che fu dell’aria. Memorie più sottili che solo se riusciamo a riportarci al nostro livello atomico molecolare riusciamo a guadagnare daccapo. Un giorno lessi su un giornale di una scoperta scientifica che poi non ritrovai più. Uno scienziato, forse un filosofo, asserì che l’acqua conserva nelle sue molecole il calco dei corpi che incontrò. Che, vivendo, respirando, attraversando lo spazio, noi lasciamo infinite impronte. ma non dove crediamo di averle lasciate, per terra, ma dove non penseremmo, per aria, nell’acqua. E come sono? Sono, ulteriore sovversione, come uno non si aspetterebbe mai: sono tenaci dure resistenti come pietre. Non ci sarà facile lasciare questo pianeta. L’invisibile ci trattiene. 01.07.2000 back Vittoria Magno
La citazione chiarisce il nucleo di identità e originalità di Matthias Brandes. L'originalità consiste nel legare questo processo all'interpretazione poetica del sogno e all'assunzione metafisica delle immagini come giocattoli del pensiero. Diversamente da De Chirico che posa giocattoli e templi senza materia in ambienti interni reali con un processo di memorie storiche inquietanti e croniche, Brandes fa galleggiare oggetti, di storiche rimembranze, materici e virtuali nel contempo, in un vuoto metafisico-siderale di intensa luce zenitale. La pittura di Brandes dimostra che per alludere al clima surreale e metafisico non necessitano soggetti e tematiche di mitologie psicologiche solenni ma bastano oggetti semplici e silenziosi, come giocattoli di segno infantile: case, campanili, torri, alberi, villaggi, navi. Oggetti materici ma senza peso, galleggianti all'interno di scatole cartesiane prospettiche dall'atmosfera rarefatta. L’artista sembra estraneo al disincanto e alle inquietudini della post-modernità e ancorato a una volontà ellenica, crede in un olimpo di gioia apollinea e rifiuta ogni forma di creazione ansiosa. I suoi paesaggi inattuali, oggetti fuori dal tempo, anzi contro il tempo, vagano come palloni aereostatici dai colori incantati spesso senza meta, talvolta in cerca di approdi improbabili e fiabeschi su tavoli senza memoria. Prefazione del catalogo della mostra 31 febbraio - 25 Marzo 2005 Studio d'Arte Moderna Tonelli/Brescia back Alessandra Redealli Il giocattolo diventa poesia Intervista a Matthias Brandes A.R.: In che modo ti sei formato come pittore? M. Brandes: Mi sono iscritto all'Accademia di Amburgo nel 1969. Dopo il sessantotto, o facevi politica, video, manifesti oppure eri un reazionario che faceva arte borghese. Per noi che amavamo la pittura, il realismo politico e sociale offriva una via di mezzo. E poi c'era la DDR, con una tradizione pittorica molto apprezzabile. Il mio maestro è stato Gotthard Graubner, un astrattista che si era formato a Dresda. Da lui ho appreso il mistero del colore e l'importanza di Cézanne per la pittura moderna. Ma in fondo dipingevo poco. Studiavo per diventare professore di liceo, quindi dovevo purtroppo occuparmi anche di pedagogia e didattica a 29 anni, con il comprensibile ritardo di una vita studentesca politicamente ed emotivamente movimentata, avevo finalmente l'abilitazione per l'insegnamento ginnasiale in tasca. Ma invece di insediarmi in qualche ginnasio con un sicuro stipendio statale mi sono ritirato qui nelle campagne del Veneto, che allora era ancora una terra povera. Riconoscevo di non sapere ancora dipingere e così ho cominciato da capo, da autodidatta. Quadri molto piccoli. Tre pere, qualche paesaggio, ritratti. Da studente ammiravo Guttuso, ma ora cominciavo a perdere la testa per Morandi. Un po' alla volta ho cercato di assorbire tutta la pittura figurativa italiana del Novecento, Carrà, Sironi ecc. Ma la folgorazione è arrivata dopo qualche anno, a Venezia, a una mostra di Balthus. Autodidatta come me e anacronista, Balthus, in pieno espressionismo astratto, dipingeva le sue fanciulle in uno stile ispirato a Piero della Francesca. Che coraggio! A.R.: Come nascono i tuoi dipinti? Da dove viene l'idea che poi si trasforma in quadro? M. Brandes: Se lo sapessi! Non c'è un motivo razionale. Le Navi, per esempio, sono nate così: a otto anni mio figlio andava matto per la storia del Titanic. Era appena uscito il film e la vicenda lo aveva colpito moltissimo. Così, come giocattolo, decisi di costruirgli una semplice nave di cartone. Un giorno l'ho vista lì, abbandonata su un tavolo, e improvvisamente mi sono reso conto della magia che sprigionava in quella posizione: un oggetto imponente come una nave appoggiato su un tavolo! Così ho cominciato a sviluppare questo soggetto ed è nata la serie delle Navi. A.R.: Mi incuriosiscono le simbologie della tua pittura. Perché una casa - che per antonomasia si considera qualcosa di solido e protettivo - è in equilibrio instabile o, addirittura, qualche volta vola? M. Brandes: Credo che le mie case, in fondo, siano esseri viventi, personalità singolari o strani animali. Lo diventano perché sono strappate al loro contesto naturale. A questo punto possono anche volare. Lo trovo assolutamente plausibile. A.R.: Tra i tuoi ultimi lavori ci sono alcune figure femminili. Imponenti e sacrali come Madonne. Ci spieghi questa nuova svolta? M. Brandes: In realtà ho sempre dipinto ritratti e figure, anche se ho scelto di non farne la mia produzione principale. Quello della figura è un terreno molto scivoloso. Potrei dirlo con una battuta: dipingendo la figura è facile fare una brutta figura. Del resto è un soggetto talmente sperimentato nella storia dell'arte da avere nel passato esempi assolutamente insuperabili. Se non accetti di cavartela con delle banali deformazioni espressionistiche o con delle caricature, sei costretto a misurarti con dei giganti. E' un tema che mi piace e a cui sono profondamente legato per motivi personali, ma confesso di avere tanti scrupoli. Forse troppi. A.R.: I tuoi dipinti sono intrisi di emozioni. Contengono molto di te. Dipingi di più per te o per chi acquisterà il quadro? M. Brandes: Credo nell'importanza del dipinto sopra il divano. Mi piace immaginare quello che accade nella casa di chi ha acquistato un mio dipinto. Pensare che lo veda alla mattina, appena sveglio, e la sera, prima di addormentarsi. Che lo osservi con la luce naturale, con quella elettrica e, perché no, anche alla luce di una candela. E che ogni volta il dipinto si dimostri diverso, che lo spettatore non si stanchi mai di guardarlo, neanche dopo tantissimi anni. Questo perché il dipinto contiene un segreto, che si intuisce, ma che non potrà essere mai scoperto. A.R.: In una società come quella in cui viviamo oggi, bombardata da immagini forti e ossessionanti come quelle che offrono non solo la televisione, ma anche internet e tutta la comunicazione digitale, qual è il ruolo del pittore? M. Brandes: Nel passato la pittura aveva il monopolio della produzione di immagini. C'erano luoghi deputati all'immagine, come chiese e palazzi, e i pittori formulavano la collettiva coscienza visiva dei lori tempi. Ora, con la fotografia, il cinema, la televisione e tutto il resto, i pittori sono ridotti all'espressione dell'assoluta soggettività. Oggi, l'imaginazione collettiva viene elaborata dai mass media, velocissimi e onnipresenti. La pittura non può competere con questi processi. Il suo compito è quello di creare spazi di percezione contemplativi, fuori dal tempo. In questo senso la pittura è e resta insostituibile: nella creazione di un "contromondo" interiore. Prendiamo Mark Rothko, ad esempio, che a mio parere è uno dei maestri assoluti del Novecento. Impossibile cogliere qualcosa di una sua opera senza raccogliersi in contemplazione. Ecco, più contemplazione necessita, più mi piace la pittura. E più la pittura, oggi, ha senso. back Alessandra Redaelli La scabra materia dei sogni Matthias Brandes è un pittore anomalo. Un pittore che usa la tela come supporto per scolpire con il pennello una realtà fatata. Una sorta di paesaggio incantato, dove le case si accatastano una sull'altra in equilibrio instabile o emergono da piatte lagune immerse in un silenzio irreale. Ciò che salta maggiormente all'occhio, di quelle costruzioni volute come geometrie perfette, è la materia scabra e ruvida di cui sono composte. Una materia raffinatissima che Brandes ottiene usando tempera all'uovo grassa, senza acqua, mescolata con il colore ad olio. Le superfici pietrose e irregolari attraggono lo spettatore verso il quadro, ipnotizzandolo, sfidandolo al gesto - impossibile da trattenere - di sfiorare la tela per sperimentarne la consistenza. Perché al primo sguardo è davvero difficile accettare l'dea che l'opera abbia solo due dimensioni, che quello spigolo vivo di muro, quel tetto appuntito, quel cipresso acuminato non svettino fuori dalla superficie. La coscienza di quello che l'opera rappresenta si acquisisce solo in un secondo momento. Quando quella prima esigenza di contatto fisico è stata soddisfatta. Solo allora si riesce a separarsi dal quadro, a percorrere quei due o tre passi all'ndietro che permettono di contemplare l'opera nel suo insieme. E se ne coglie la commovente poesia. Perché su quell'isolotto brullo, che si immagina essere la cima di una montagna o uno scoglio al centro di un mare immenso, le case sono così strette l'una all'altra da aver perso la consueta posizione eretta? Perché sulle facciate lisce e spoglie si apre solo qualche sporadica finestra cieca, murata su un interno che forse non è che un unico blocco di materia? Perché a quei solidi pietrosi, inamovibili, si contrappone la consistenza rarefatta di un cielo limpido, dove l'aria sembra essere fatta di una sostanza diversa da quella che noi abitualmente respiriamo? Non esistono risposte concrete a queste domande, perché la pittura di Matthias Brandes è tutta nel suo impatto immediato, nelle emozioni che fa risuonare dentro di noi toccando le nostre corde più profonde. E' una pittura che incanta proprio per quel suo non fornire né cercare spiegazioni. La sua logica - se una logica vi si può trovare - è quella che presiede i sogni. Forse, si potrebbe azzardare, quella delle libere associazioni freudiane. Forse tutto comincia con quella costruzione vista di scorcio, l'unica diritta dell'ntera composizione, e dalle sue quattro finestre ad arco cieche. A questa si appoggiano l'edificio basso e quadrangolare, completamente steso a terra (il tetto rosso è laterale), e anche l'altro, con un oblò sulla facciata. Da lì è tutto un susseguirsi di solidi geometrici addossati l'uno all'altro come nel gioco del domino, poi un cipresso, una cupola, un altro tetto. La sensazione è la medesima, sia che quelle case mantengano un se pur minimo grado di realtà perché adagiate su una roccia o sulla superficie calma dell'acqua, sia che si rivelino gli elementi di una natura morta appoggiata su un tavolo dalla tovaglia immacolata. Resta invariata l'essenza di quel loro essere al tempo stesso vere e sognate; solide, granitiche, eppure così leggere da librarsi in volo. Immerse in un silenzio talmente assoluto da far pensare all'assenza d'aria, un sottovuoto che, lungi dall'essere inquietante, dona a quegli scorci di paesaggio la grazia della perfezione. Reminiscenze immediate del primo Rinascimento, della ricercata armonia di volumi di Piero della Francesca, saltano all'occhio al primo sguardo, ma come stemperate da una sensibilità che accomuna Brandes alle inquietudini di De Chirico e agli enigmi di Carrà, agli equilibri di Sironi e alle atmosfere oniriche del surrealismo. Eppure nessuna di queste associazioni è del tutto corretta. E nessuna può vivere senza le altre. Scorrono tutte insieme sotto la pelle del quadro e ne emergono in un'armonia perfetta e riconoscibile che tutte le ricorda e al tempo stesso tutte le rinnega, in una realtà altra, senza tempo e attualissima. Matthias Brandes è un artista meditativo, lentissimo e meticoloso, che soffre la creazione di ogni singolo quadro pagandola con dubbi e insicurezze, ripensamenti e indecisioni che appaiono inimmaginabili a chi si trovi davanti la perfetta e appagata tranquillità del risultato finale. Scrivere dei suoi dipinti - come inevitabilmente richiede la critica - come di un unico lavoro indistinto, dunque, insinua lo spiacevole sospetto di commettere un tradimento. E nel profondo della sua anima l'artista considera un tradimento del proprio lavoro anche il momento della mostra. Ognuna delle sue creature, cesellata in ore e ore di lavoro, pennellata dopo pennellata, notte insonne dopo notte insonne, è lì, appesa al muro, affiancata a tutte le altre come se fossero meri fotogrammi dello stesso film. A ognuna lo spettatore non potrà dedicare più di qualche minuto, distraendosi, rischiando che l'occhio vaghi da un quadro all'altro, che la mente sia chiamata a rispondere a una domanda, a un pezzo di conversazione. Che cosa potrà mai cogliere di tutto quello che il dipinto è? Eppure il pittore dipinge per gli altri, non potrebbe mai sopportare di tenere tutto quel tumulto di emozioni solo per sé. Dipinge per far conoscere il suo lavoro, per raccontare il suo mondo sognato fatto di case nelle quali è impossibile entrare e di cieli talmente limpidi che le nuvole appaiono solo un pretesto per intingere il pennello in un altro colore. Ma va bene così. Anche se di quel sogno resterà attaccato a chi lo guarda solo un piccolo brandello, l'opera sarà compiuta. Il pittore saprà di avere fatto il suo dovere. back © Matthias Brandes >> Impressum |
||||||||||||||||||||||