Spazio e tempo nella pittura

Lo sa anche un bambino che le immagini sono bidimensionali. Esse organizzano in maniera statica le impressioni dei sensi, su una superficie definita. Tuttavia, noi parliamo di spazio dell’immagine. Infatti, nel modo diverso di creare una rappresentazione spaziale con mezzi bidimensionali si rivelano gli atteggiamenti essenziali dei pittori verso il mondo. Lo spazio dell’immagine è sempre una metafora del loro rapporto con il mondo. Così si possono produrre, dentro i quattro listelli del quadro, spazi omogenei ed eterogenei, illusionistici ed anti-illusionistici, creati in prevalenza attraverso i colori o attraverso le forme, strutturati in maniera gerarchica o egalitaria. Fa dunque una differenza, ad esempio, se la parte superiore del quadro è chiaramente separata da quella inferiore; oppure se una figura appare integrata o isolata, dentro lo spazio; oppure perfino se uno spazio esista oppure no.

Quello dello spazio è uno dei problemi basilari della pittura in generale e non è definitivamente risolvibile, anzi rappresenta la sua contraddizione costituente, inerente, di cui solo la soluzione concreta di volta in volta produce un senso. L’arte dei “moderni” va considerata come un tentativo di risolvere il problema in tale maniera: l’artista decide per l’una o l’altra strada, cioè per la superficie pura, l’enfatizzazione della bidimensionalità senza spazio; oppure la traslazione nel tridimensionale, circa attraverso l’acquisizione di un carattere di oggetto da parte del dipinto, oppure con l’integrazione di elementi plastici nella superficie del quadro. Nel nostro secolo, il superamento dello spazio è addirittura considerato come un segno di modernità e di creatività artistica.

Il problema non viene tuttavia così risolto, bensì eventualmente solo posticipato. Ora bisogna procurare all’opera d’arte, senza spazio, uno spazio di contemplazione artistica. Questo è in primo luogo il museo. La conseguenza però è la cancellazione dell’opera d’arte come singolo quadro oppure oggetto, nel creare un insieme di opere d’arte che definiscano e strutturino appunto gli spazi. Tali opere vengono definite “installazioni”. Anche una piccola mostra di quadri del tutto tradizionali, esposti in un’unica stanza, è un’installazione. L’osservatore, infatti, non concentra più l’attenzione su una singola opera, bensì su tutta la serie. Fino ad un centinaio di anni fa, i quadri nelle mostre d’arte venivano ancora appesi alle pareti fitti fitti, gli uni accanto agli altri. Oggigiorno, l’atto stesso di appendere i quadri di una mostra è un’operazione artistica. Gli artisti contemporanei producono pertanto le loro opere tenendo presente questa successiva funzione di “interior design”, però così facendo non creano che delle installazioni.

Quando, nel Rinascimento, i dipinti si liberarono dalle pareti, iniziò la storia della loro indipendenza da tempo e spazio, che, vista la loro integrazione nell’architettura, era stata sempre scontata. Per 500 anni, furono prodotti di questi individui senza patria, che potevano tuttavia affermarsi, perché dentro i loro quattro listelli avevano sviluppato una propria dimensione spazio-temporale, a prescindere da dove fossero appesi. Quando persero questa loro propria dimensione, diventando soltanto superficie oppure oggetto, i quadri ebbero nuovamente bisogno dell’architettura, per poter sopravvivere.