MATTHIAS BRANDES. LE MIE CASE ALLA FINE DEL MONDO

di Sonia Cosco

Se vi capitasse di vedere una donna bellissima, venirvi incontro e offrirvi in dono una piccola casa tra le sue mani, potreste aver avuto la fortuna di imbattervi in una delle magiche fanciulle delle tele di Matthias Brandes.
Classe 1950, veneziano di adozione, nato a Bochum (Germania), il lavoro di Matthias Brandes è un racconto pieno di domande, dubbi, puntini di sospensione. Come antiche vestali pagane, ma dal sorriso enigmatico che sembrano aver imparato dalla Gioconda o dalla Dama con l’ermellino leonardesche, le sue donne avanzano sospese in dimensioni iperuraniche e intorno a loro esistono solo case o minuscolo o giganti e intorno il vuoto.
Ciò che dovrebbe essere pesante e che dovrebbe essere vinto dalla forza di gravità (come le navi di pietra, i campanili, le torri) galleggia sospeso nell’aria. Immagini teutoniche e dolcissima poesia nello spazio di una tela che sprigiona fascino. «Le mie opere parlano della condizione umana: la vita è sempre precaria, non possiamo essere sicuri di niente. Quando creiamo un attimo di sospensione, viviamo l’armonia» dichiara l’artista.

......Anacronistico nel suo essere spiccatamente contemporaneo, riecheggiano nello stile del pittore la metafisica di Giorgio De Chirico, i chiaroscuri di Balthus, gli enigmi di Magritte e le plasticità geometrica di Piero della Francesca. Nella narrazione visiva di Matthias la casa, simbolo per eccellenza della sua poetica, è sempre luogo dell’essere, tanto confortevole, quanto precario. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Viviamo sempre lungo un precipizio. Il primo impatto con le grandi tele di Brandes suggerisce una pace quasi zen, orientale, come se lo yin e lo yang avessero trovato il loro luogo di condivisione, in realtà, il secondo sguardo è quello che conta, perché la levità delle tinte pastello e la morbidezza delle fanciulle trasudano inquietudine, quasi una calma prima della tempesta. Se le opere di Matthias sono di ampio respiro, quelle di Juliane mostrano un mondo ironico e bizzarro, metamorfosi di licheni, pigne, piante marine vengono intrappolate in sculture o gioielli. «La mostra è nata da due esigenze»  racconta Matthias Brandes «strutturare con l’arte uno spazio particolare, creare una mostra come un racconto, un percorso e non solo un susseguirsi di singole opere. Poi il confronto con l’opera di mia cugina dava la possibilità di riflettere sulle nostre origini comuni. Rappresentiamo due anime della cultura tedesca».

A Matthias Brandes facciamo la domanda delle domande: l’arte, oggi, dal tuo punto di vista, cos’è diventata? «Una babele di linguaggi»  risponde «non dobbiamo dimenticare che siamo immersi in due processi che si sovrappongono: l’esigenza di creare eventi d’arte per un pubblico di massa e la rivoluzione multimediale. La mia arte è un tentativo di creare una controtendenza. Le mie opere devono arrivare al pubblico attraverso una percezione lenta. Un mio quadro deve parlare, affascinare. Il segreto dell’opera, il suo significato non si può rilevare del tutto, resta sempre una domanda aperta».

Sonia Cosco

25 luglio 2013

in “Fiato d'artista”

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