.....UNA DIMENSIONE FUORI DEL TEMPO
di Paola Barbon

 

“....Non ho mai scucito mezzo Euro per alcunché che fosse solo puro investimento: l'investimento A BREVE in arte non esiste, e io non ho di certo davanti tutto il tempo che serve per far rivalutare gli artisti davvero vincenti di domani.
Detto ciò, l'argomento "rigetto" è stato molto gettonato nelle nostre chiacchierate familiari successive, non foss'altro perchè il giorno dopo, cioè la domenica, c'era Art Verona da visitare, biglietti già presi e appuntamenti fuori del cancello già fissati con più di un amico. Qui Paolo potrebbe averci preso: se non mi stancherò mai di vedere Chiese e Musei (anzi!), se le Mostre che progetto di visitare e mi perdo - siano esse grandi e istituzionali, oppure di qualche artista minore da riscoprire silenziosamente - sono ogni volta una sofferenza (compensata da quelle poche che mi ritaglio, pur di nutrirmi dentro, alla faccia dello stress-da-lavoro-correlato), se la Ricerca del Bello è per me l'undicesimo comandamento, ammetto che ultimamente le Fiere mi vedono meno entusiasta. Sono sempre piacevoli occasioni di svago in cui ci incontriamo e ci confrontiamo con amici provenienti dalle regioni vicine, ma le trovo un po'... stagnanti. Rappresentative di un mercato asfittico, infastidito e fastidioso, in cui i giochi - spesso - sono già fatti, alla faccia nostra. Con quel ripetersi sempre uguale dei soliti nomi, sembra l'appello in una classe di secchioni: Accardi, Adami, Aubertin, Biasi & (Kinetic) Company, Pistoletto, Scanavino, Simeti... (secchioni, si badi bene, di certo ottime presenze di livello, ma al limite dell'effetto-fotocopia tra uno Stand e l'altro, anche nei prezzi). E con tutto ciò che dovrebbe rappresentare il NUOVO, le proposte, i giovani/giovanissimi - tanti, tantissimi per fortuna - a cifre fuori dal mondo, a idee fuori dal mondo: sperimentazioni senza fine, qualche fotografia, pittura poca. Roba da sospirare di tristezza, e correre subito da Paolo Orler a comprare un paio di bei tappeti dei suoi per tirarsi su il morale.Invece, girovagando per una Art Verona piacevolmente frizzantina rispetto a quella dello scorso anno (nella speranza che sia un bel segnale), una scoperta. Un amore a prima vista. Questa crisi di rigetto che non arriva, e che anzi mi scalda il cuore sempre di più. Lui si chiama Matthias Brandes, tedesco del 1950 (grande annata per i vini ed i corniciai) dotato di chioma bianca con folte sopracciglia. Assolutamente a me sconosciuto, altrettanto assolutamente per me delizioso. 
Atmosfere sospese come in un sogno, tra pennellate cariche di caldo e di vento: case colorate di terra, realistiche e semplici come in un disegno di bambino (il classico quadrato con la porta sotto, le due finestrelle sopra ed il tetto a spiovere), ma trasportate in una dimensione fuori del tempo, che le vede volare in aria come aquiloni senza peso, rincorrendosi in un cielo di perla, o appoggiarsi di lato, l'una all'altra, in un movimento un po' stanco che fa il verso al terremoto, ma senza danno. 
Alberi - cipressi, all'origine, probabilmente - divenuti più cicciottelli, densi densi, a bisbigliare qualcosa di misterioso alle finestre, a spirare un soffio di vita dietro ai mattoncini. Ombre nette, squadrate, ritagliate a scalpello, inquiete nel loro lambire la geometria circostante. Un paese intero che sorge da una tovaglia bianca, ancora con le pieghe addosso della stiratura, gettata sul tavolino della metafisica, in un unico, avvolgente, immenso silenzio. 
E che lavorazione! Sabbie, graffiature, ruvidità, superfici di pietre vive, di graniti, di calce che si solleva, di bianco nei rosa, di grigio nei verdi cupi. Non erano quadri, erano richiami di sirene per chi - come me - sente prepotentemente il fascino di CERTA pittura: era come se Armodio, De Chirico, Magritte, Campigli, Xavier Bueno, Scuffi, Carrà, Lazzaro mi stessero facendo il girotondo intorno (li ho messi tutti insieme, e avrei potuto metterci anche Giotto e Piero della Francesca, volutamente mescolati, senza alcun ordine storico, senza alcun ordine logico, senza alcun riferimento di bravura o di mercato, solo perché ne sentivo insieme i sussurri in ogni pennellata). Un piccolo richiamo di ciascuno di loro, i grandi e i meno grandi, in un raro risultato di suggestioni, di colori, di ricordi. 
Anche i miei scatti col cellulare alle Fiere sono rari, rarissimi; l'ho già detto, preferisco Mostre e Musei, eppure su Brandes avrei scaricato un rullino, se ancora esistessero, i rullini. Uno intero da trentasei, tanto mi ha coinvolto, sotto gli occhi della bella signora svedese che stava allo Stand, e che già si era stupita tanto perchè la gente continuava a chiederle i prezzi dei quadri che pure erano scritti nei cartellini (ma non siamo abituati, noi, qui, a tanta trasparenza, in questo mercato dell'arte, in questa continua fiera con la f minuscola, fiera del fasullo che trascura i talenti e del denaro fa girandole senza una logica). Hanno dovuto trascinarmi via per finire il giro, perché per me lui già valeva il biglietto: mi sarei fermata lì per ore, a sognare ad occhi semichiusi, annusando la fragranza della campagna toscana che veniva fuori dal silenzio di quelle tele e mi andava dritta dritta all'anima. 
Per poi scoprire, tornata a casa e fiondata in rete come un pesce per capire chi era e cos'aveva fatto questo Brandes finora, e come avevo potuto farmelo scappare così, che le sue ispirazioni principali - in un eterno gioco di onirici paesaggi - sono le terre toscane e la laguna veneta (ho trovato il MIO pittore, allora!), tant'è che vive da anni esattamente a venti chilometri da me, e spesso le sue casette in-animate spuntano da misteriose acque alte verdazzurre che hanno il sapore della laguna, o si affiancano ad enormi navi pietrose senza occhi, ricordi di un mare antico, del quale puoi solo indovinare se ti attende per una partenza, oppure se si allontana dopo l'agognato ritorno. 
Non varrà mai milioni di Euro, Matthias Brandes, ne sono certa come sono certa di quanto mi piace come dipinge. Del resto, non ha inventato niente di nuovo, e oggigiorno i grandi risultati premiano chi si è spinto oltre certi paletti, chi ha provato a parlare in linguaggi diversi. Probabilmente continuerà a rimanere uno sconosciuto ai più, anche se io, personalmente, mi sono già messa in moto per fargli spazio a casa mia. Presumibilmente farà pure sorridere - con tenerezza, o una certa commiserazione - i grandi esperti, coloro che tengono le fila dell'attuale mercatus. Ma una cosa è assolutamente indiscutibile: finché dipingerà così, a me, che secondo l'insulto ricorrente sono "una-da-Cascella" (e comincio ad andarne fiera, a questo punto, alla faccia dei teschi e delle bestie morte!), che amo davvero ogni cosa sia appesa alle mie pareti, che mi macino chilometri in auto o in treno o in aereo solo per il profumo di un quadro, che non nascondo il nodo in gola quando, poi, mi ci emoziono davanti, il rigetto non verrà mai.”

Mariquita

https://trecose.blogspot.it/2014/10/matthias-brandes.html