Oltre la natura morta

Jenny Johnson

“… e gli uomini vanno a contemplare le vette dei monti, le immense onde del mare, le grandi correnti dei fiumi, la vastità dell’oceano, i cammini del cosmo …”

Le suggestioni, gli incanti e le emozioni, così numerose sono le parole che il linguaggio mette nelle forme che portano verso quei cammini che solo gli artisti sanno distinguere, ben oltre la solita cortina nebbiosa, per cantare, come un tempo fecero i Grandi, del nostro passato, la poesia lirica e le tragedie del mondo,

Se l’arte è suggestione, allora Matthias Brandes possiede il raro dono di sapere come mettere in scena le emozioni.Il bisogno di far prevalere l’immaginazione sull’imitazione della realtà apre la strada a considerazioni sul significato delle sue opere, e, più in generale, sull’interpretazione del mondo come solo l’arte può tradurre, con i suoi mezzi. Nella formazione di Brandes, bisogna guardare alle radici del suo viaggio, che è decisamente presentato in modo non convenzionale, venato o segnato spesso da una profonda sensibilità dell’anima, derivante da un approccio alla natura attraverso forme sacre, perfino mistiche.

Tutto ciò non è da intendersi in senso religioso: questi sono i segni tipici dell’arte nordica tradizionale, legata fin dai tempi del Medio Evo ad una percezione che è zeppa di immagini e simboli della natura, piuttosto che alla concretezza o ad una sua resa realistica. L’aspetto visionario è talvolta surreale, uno stile di pittura che ha risolto in forme arcane la ricerca delle parti più oscure e misteriose del mondo, oppure, più semplicemente, non soddisfatto con la presenza della percezione visibile, instaura in gran parte quello che è lo spirito della produzione artistica dei paesi nordici e in particolare di quei luoghi dove fioriscono i linguaggi fiammingo e tedesco: le origini dell’artista.

Facile è immaginare in che modo questa formazione si confronti con le suggestioni che nascono da un forte fascino mediterraneo; da un fascino emotivo derivante dal contatto con quei luoghi del sud dell’Europa dove gli artisti ricercano l’anima nella natura, così viva e tangibile, così terribilmente concreta e purtuttavia indefinita, nella luce satura dei colori, anche metafisica. In questo paese, s’incontra l’arte nata dalla scoperta della perfezione, appartenente al mondo dei classici e fatta di geometria e dimensioni, al contempo la sintesi di una conoscenza sensibile ed intellettuale. Qui s’impara la bellezza decadente di antiche città sospese nell’ombra dei canali, la cortina della nebbia che protegge, sparsa sulle acque come la città di Venezia.

La città lagunare e la campagna veneta diventano per Brandes il luogo prescelto, dove mettere a confronto chi è lui rispetto alla storia e al mistero italiano suggerito. Venezia è il sogno, è l’incontro di due mondi, quello mediterraneo e quello nordico: i colori, il calore e le ombre siderali dei canali e delle calli veneziane; gli arabeschi ed oscuri simboli scolpiti nelle facciate dei palazzi immersi nel tramonto silenzioso e tranquillo. La laguna, con i suoi colori rarefatti, rappresenta una svolta, il momento in cui l’artista comprende il valore del rosso e dell’ocra che caratterizzano l’architettura veneziana – gli stessi colori che troviamo in grandi maestri veneziani quali Tintoretto e Tiziano.

Brandes ha scoperto, lungo questi suoi percorsi, che cosa significhi quando la sostanza del materiale diventa tangibile col colore. Lui è stato trasportato fino in Italia dal suo desiderio di trovare le origini di una tecnica pittorica dalle tonalità calde, ma nel contempo anche l’effetto di quel particolare punto verdeazzurro della laguna, quell’azzurro freddo che appartiene al paesaggio del suo paese, tanto amato da Elsheimer o Bril; quella fusione che richiede che l’arte sia tante braccia insieme, per creare la superficie del dipinto, dove le espressioni si incontrano e si scontrano, unendosi poi in uno stile efficiente e totalmente originale.

Sarebbe facile immaginare un tale poliedrico artista privando tutta la sua pittura di questa esperienza, per quanto fondamentale; uno sguardo acuto e critico, simile al suo desiderio di arrivare all’essenza oltre la natura.

Un artista non si accontenta di un unico fine, ma deve spingersi ai limiti, fissare lo sguardo sul mondo dell’aldilà e giocarsi tutto, fino al punto di rischiare di distruggere tutto ciò che ha imparato ad amare, per ricominciare daccapo.

L’autore sale per questa strada verso un cammino “scavato coi piedi”###, sicuramente e decisamente coinvolto nell’esperienza dell’arte metafisica e surrealista, senza arrendersi, fino a venire di nuovo risucchiato, portando con sé nuovi semi di una poesia personale da abbinare ad elementi diversi, che non hanno alcun rapporto con i modi tradizionali di leggere la realtà e che, per questo motivo, generano un senso di sorpresa e di shock estetico.

Non vi è nulla di tremendo in questo shock. Si tratta, piuttosto, del ritmo dell’incantesimo che anima i soggetti; poche immagini sottili, create con mezzi precisi, meticolosi: case, navi, persone, natura morta, o, meglio espresso, “stilebe”###, ovvero “la vita silenziosa delle cose”.

Nei suoi dipinti, la realtà percepita e lo spazio sono un tutt’uno. Gli oggetti sembrano immobili e tuttavia viventi, pieni di una propria vita, come se potessero in qualsiasi momento animarsi e volare via, qualcosa che ci si attende possa accadere con le cime dei pini di Brandes. Declivi “legnosi” come la corteccia di cui sono fatti, oppure come con le sue case e campanili, dove ci si sente come sul punto di scoprire un altro mondo in cui si potrebbe esistere e vivere. Questi punti focali dell’artista suggeriscono momenti contemplativi: l’arte non è l’evanescenza di una visione, bensì uno sguardo dolce o affettuoso sulle cose.

È imperativo penetrare il guscio o la corazza del mondo vivente, senza rivelarne il mistero, inventando un’opera in cui nuove strutture di un linguaggio visivo intervengono e conservano il loro significato originale. Per andare oltre il realismo, dopo aver dipinto la natura così bene e così spesso, è necessario raggiungere non solo una coscienza logica della realtà e, in particolare, degli elementi che compongono l’opera, ma soprattutto essere in grado di trasformare quegli elementi in astrazioni, conservandone tuttavia l’essenza concreta e la vera sostanza.

La luce in Brandes è un’omissione esplicita e non colpisce gli oggetti, come accade negli stili impressionistici, che la scompongono in molteplici effetti luminosi. Al contrario, la luce viene condensata dentro gli oggetti stessi, determinandone, insieme al colore, anche la sostanza. Non a caso, tutti gli oggetti e le figure appaiono solidi, ottenuti usando pennellate molto tattili, che fanno “percepire” il materiale di cui gli oggetti sono fatti.

Le strutture e superfici mostrano uno spessore che ruba il colore all’illusione realistica, rivelando un’architettura decisa di solidi geometrici. Qui, il muro ruvido, grezzo di una casa; là, la stoffa di un vestito di cui si può percepire la tessitura, che definisce la figura. Si può comprendere perché Brandes non ricorra a una visione onirica, bensì faccia il contrario, dando riconoscimento alla natura e alla sua verità intrinseca e sostanziale, una realtà che l’artista ci permette di scoprire come qualcosa di più reale che no; decisa o definita da un processo creativo che è razionale, però al tempo stesso anche emotivo. È l’oggetto a parlare, insieme alla tecnica pittorica, in cui la teoria non ha alcun ruolo. L’arte è fatto pittorico puro, non condizionato né da teoremi né da etichette.

Caparbiamente e lentamente, Brandes ha cercato di superare ciò che è temporale. Nella sua visione, ha raggiunto uno stile di pittura concreto e così solido da diventare eterno, proprio come stabilito da Cézanne. La ricerca costante di una forma di blocco non può essere considerata come la bellezza naturale più pura, ma piuttosto come un modo per trovare qualcosa di duraturo e creare una certezza. In effetti, per Brandes la rappresentazione è il teatro di una realtà ineluttabile che lui vorrebbe conservare in forma molto rigorosa, concepita come un’ancora di salvezza dall’inquietudine delle emozioni. Ci chiediamo però: che tipo di controllo sta cercando di imporre a queste emozioni? Chi può dire se l’acqua che appena lambisce le case e i campanili costituisca una minaccia o meno? Tutto è dubbio e solo l’arte può rappresentare, pure con le sue contraddizioni, un masso cui aggrapparsi, inteso come sistema capace di portare un ordine interno dentro una percezione confusa. “Quelle sensazioni confuse 2### che ci portiamo dentro fin dalla nascita”, come un campo strutturato all’interno di una realtà caotica e casuale del mondo.

Dipingere il soggetto con un materiale che si coagula mentre l’artista lavora conferisce densità agli oggetti. Quella dell’opacità e della trasparenza è la sfida che l’arte accetta, rendendola quasi simile alla prosa o ad un silenzio parlato. Le cose di Brandes durano, “come una continuazione indefinita dell’esistenza”, 3### senza nulla perdere della loro suggestione, e si rigenerano in una realtà acquisita e duratura in chi osserva le opere.

La rappresentazione degli oggetti da punti di vista diversi contribuisce ad accentuarne la consistenza volumetrica, come se potessimo muoverci intorno ad essi senza spostarci dal nostro punto di osservazione frontale; un modo di guardare non naïf da parte nostra, incapaci di ignorare il fatto che questi oggetti noi li conosciamo, ci è familiare il loro aspetto e soprattutto i loro meccanismi interni. Attraverso la distorsione dell’immagine, l’artista abbraccia l’energia vitale delle cose, senza ricorrere ad alcun movimento palese. L’allettamento di questa pittura sta precisamente in quella visione distorta, imposta come unica possibile.

 

Il fine dell’arte è di creare qualcosa d’importante e duraturo, proprio come i grandi maestri del passato. L’obiettivo consiste nel raggiungere quell’effetto monumentale che ottenevano i pittori “classici”, conservando tuttavia l’intensità dell’approccio visivo; in altre parole, senza rifiutare o rinunciare alla realtà o alla natura. Dunque i paesaggi e le figure umane spiccano nello spazio che li circonda con la forza assoluta di un totem, elementi universali che ci rimandano indietro all’idea di un’arte che “costruisce” una realtà parallela, altrettanto concreta quanto quella in cui viviamo.

La natura morta come anche le figure umane e le navi a vapore mostrano un taglio composto che porta gli oggetti in primo piano, presentandoli molto da vicino, a tal punto che i colori intensi e la grande profondità creano un contrasto. L’obiettivo dell’artista è di toccare ed accarezzare quelle figure, piuttosto che dipingerle, trasformando lo sguardo in qualcosa di “atipico”; 4### uno sguardo capace di percepire il nesso tra mani ed occhi attraverso la superficie piatta del dipinto, che si trasforma così quasi in bassorilievo. L’ occhio si sposta insieme alla visione, quasi fosse tattile, garantendo così la sintesi dei due sensi. Il risultato è un’atmosfera, resa in corrispondenza del vivente, determinata dal colore che unisce ogni singolo elemento a tutto ciò che lo circonda, quasi fosse un prezioso tessuto d’interazioni.

Brandes ha compreso che la struttura dell’arte si muove tra due campi opposti, alla ricerca di ordine, e cede al fascino emotivo ed intimo che uno sguardo al mondo può suggerire. “Le innocenti cose terrene” 5### che l’artista compone trasmettono all’osservatore un senso di pace tale che non sembra rammaricarsi per la fugacità degli oggetti nella realtà. Nell’insieme, non può sfuggire il valore della metafora nelle opere di Brandes. Nell’immagine dell’isola, spesso ricorrente nei suoi quadri, sull’orlo estremo di una scogliera o sulla cima di un monte. Il pittore narra questa spinta verso un ideale di perfezione indefinita, di un viaggio diverso, tutto in salita, bisognoso di una solitudine creativa, di un esilio volontario e di un impegno all’esercizio quotidiano, per superare i limiti imposti dalle condizioni esistenziali. Andando verso le cime e le vette di una montagna ideale, qualcosa di simile ad un’instancabile ascesa artistica, che dà voce all’anima.

 

Jenny Johnson