"MATTHIAS BRANDES IL SIMBOLOGO"

di Ferruccio Gemmelaro

Matthias Brandes, tedesco di nascita e meolese d’adozione, è oggi indubbiamente considerato tra gli artisti contemporanei di talento. Figlio d’arte si laurea in Storia dell’Arte e Pedagogia presso l’Accademia e l’Università di Amburgo.

Appena trentenne, oramai datosi del tutto alla pittura - afferma che da giovane era affascinato da Guttuso e da Morandi, poi, via via dal figurativismo novecentesco come in Carrà - reduce di un movimentato periodo studentesco degli anni Sessanta-Settanta, piuttosto che adattarsi all’insegnamento liceale nelle proprie terre, sceglie la quotidianità del respirare l’aria delle contrade venete, in anticonformismo per le situazioni di povertà e di emigrazione qui esistenti. I nostri paesaggi, comunque sia, sono sempre stati fonti d’ispirazione artistica e Brandes, o meglio l’esteta che è in lui, non poteva certo restare insensibile alla sacralità poetica che qui soffia.

In verità, avendo maturato uno specifico espressionismo che già pulsava in sé, nel richiamarmi ai canoni dell’Omologismo, definirei il Nostro un simbologo che esprime la propria ideologia, per esempio, attraverso la retorica pittorica che sugge ispirazione dalle dimore degli uomini, le quali abbandonano la staticità, quei luoghi comuni solitamente rappresentati. Ecco che a metà degli anni Ottanta, dopo il debutto con una personale, è già tra i partecipanti alla Biennale dei Paesi Baltici. La negazione dello scenario impressionistico, infatti, gli ha suggerito quel mondo altro oggetto dei suoi studi e al quale allude con particolari simboli.

Significativa la tela Il gioco in cui una giovane dal seno scoperto - la purezza - si trastulla a far rimbalzare una casetta sul palmo della mano a mo’ di palla. Inevitabile che il pensiero corra al fotogramma cinematografico del mappamondo di Charlot ma la discordanza allegorica è abissale; qui il gioco è d’immensa delicatezza e calore, quasi un rito atavico che trae origine dalle manifestazioni di primo amore connubiale dell’uomo verso la propria magione.

Le case, dicevo, abbandonano la staticità iconografica per trasfigurarsi in creature animate di sorprendente individualità, come un volersi estraniare dalla tela, ossia dalla realtà. Accade ancora in Vita silente di pere e Vita silente di 3 pere, dove la natura, finalmente, si aliena dall’attribuzione di morta. Avevo accennato a una sacralità poetica, ebbene, questa è raffigurata nel paradigma della tela Il dono, dove l’uomo porge al ragazzo benedicente - l’imminente generazione - una casetta delicatamente posta tra le sue mani, come una piccola creatura vivente.

Brandes è andato oltre: le tele Al mare e La donatrice (due versioni) mostrano giovani donne che protendono soavemente la casetta verso l’ignoto dell’esterno campo; da intendersi verosimilmente verso le sconosciute generazioni future alle quali, come al ragazzo del presente, spetterà il crudo giudizio su tutti noi. La metafora, quindi dell’eredità di un mondo che si vorrebbe incontaminato merito di una conquistata familiarità globale; un disegno universale, leggibile tra tutte le genti del pianeta, e qui sta il talento stilistico di Brandes. Una sacralità poetica che Brandes insiste a ricomporre nei volti dei rigorosi ritratti muliebri, vedi Volto: Portrait L. la cui fissità dello sguardo irradiato all’infinito richiama l’osservatore a declinare ogni banalità visiva. Questi non è più, pertanto, un osservatore dell’opera, bensì ne diviene immediatamente il fruitore.

In qualità di fruitore, quindi, risente - conazione - dell’identica emozione provata dall’autore innanzi alla fonte ispiratoria, facendola propria, ovvero, questa si omologherebbe in lui. Matthias Brandes, attraverso le opere, avoca a sé il diritto al sogno e al mistero e, quale reazione idealista, estende il concetto di reale dalla pura natura al sentimento, elevandolo in una dimensione alteristica, dove le cose riassumono il loro più vero significato magico. Insomma, Brandes ha individuato la formula per rimettere l’arte pittorica in una spazialità meditativa, sublimata, che si risani cioè dalle imposizioni indotte dai moderni facitori di gelide immagini, complice la tecnologia.

Meolo Venezia ottobre 2011