La scabra materia dei sogni
di Alessandra Redaelli

Matthias Brandes è un pittore anomalo. Un pittore che usa la tela come supporto per scolpire con il pennello una realtà fatata. Una sorta di paesaggio incantato, dove le case si accatastano una sull'altra in equilibrio instabile o emergono da piatte lagune immerse in un silenzio irreale.

Ciò che salta maggiormente all'occhio, di quelle costruzioni volute come geometrie perfette, è la materia scabra e ruvida di cui sono composte. Una materia raffinatissima che Brandes ottiene usando tempera all'uovo grassa, senza acqua, mescolata con il colore ad olio.

Le superfici pietrose e irregolari attraggono lo spettatore verso il quadro, ipnotizzandolo, sfidandolo al gesto - impossibile da trattenere - di sfiorare la tela per sperimentarne la consistenza. Perché al primo sguardo è davvero difficile accettare l'dea che l'opera abbia solo due dimensioni, che quello spigolo vivo di muro, quel tetto appuntito, quel cipresso acuminato non svettino fuori dalla superficie.

La coscienza di quello che l'opera rappresenta si acquisisce solo in un secondo momento. Quando quella prima esigenza di contatto fisico è stata soddisfatta. Solo allora si riesce a separarsi dal quadro, a percorrere quei due o tre passi all'ndietro che permettono di contemplare l'opera nel suo insieme.

E se ne coglie la commovente poesia. Perché su quell'isolotto brullo, che si immagina essere la cima di una montagna o uno scoglio al centro di un mare immenso, le case sono così strette l'una all'altra da aver perso la consueta posizione eretta?Perché sulle facciate lisce e spoglie si apre solo qualche sporadica finestra cieca, murata su un interno che forse non è che un unico blocco di materia? Perché a quei solidi pietrosi, inamovibili, si contrappone la consistenza rarefatta di un cielo limpido, dove l'aria sembra essere fatta di una sostanza diversa da quella che noi abitualmente respiriamo?

Non esistono risposte concrete a queste domande, perché la pittura di Matthias Brandes è tutta nel suo impatto immediato, nelle emozioni che fa risuonare dentro di noi toccando le nostre corde più profonde. E' una pittura che incanta proprio per quel suo non fornire né cercare spiegazioni. La sua logica - se una logica vi si può trovare - è quella che presiede i sogni.

Forse, si potrebbe azzardare, quella delle libere associazioni freudiane. Forse tutto comincia con quella costruzione vista di scorcio, l'unica diritta dell'ntera composizione, e dalle sue quattro finestre ad arco cieche. A questa si appoggiano l'edificio basso e quadrangolare, completamente steso a terra (il tetto rosso è laterale), e anche l'altro, con un oblò sulla facciata.

Da lì è tutto un susseguirsi di solidi geometrici addossati l'uno all'altro come nel gioco del domino, poi un cipresso, una cupola, un altro tetto. La sensazione è la medesima, sia che quelle case mantengano un se pur minimo grado di realtà perché adagiate su una roccia o sulla superficie calma dell'acqua, sia che si rivelino gli elementi di una natura morta appoggiata su un tavolo dalla tovaglia immacolata. Resta invariata l'essenza di quel loro essere al tempo stesso vere e sognate; solide, granitiche, eppure così leggere da librarsi in volo.

Immerse in un silenzio talmente assoluto da far pensare all'assenza d'aria, un sottovuoto che, lungi dall'essere inquietante, dona a quegli scorci di paesaggio la grazia della perfezione. Reminiscenze immediate del primo Rinascimento, della ricercata armonia di volumi di Piero della Francesca, saltano all'occhio al primo sguardo, ma come stemperate da una sensibilità che accomuna Brandes alle inquietudini di De Chirico e agli enigmi di Carrà, agli equilibri di Sironi e alle atmosfere oniriche del surrealismo. Eppure nessuna di queste associazioni è del tutto corretta. E nessuna può vivere senza le altre. Scorrono tutte insieme sotto la pelle del quadro e ne emergono in un'armonia perfetta e riconoscibile che tutte le ricorda e al tempo stesso tutte le rinnega, in una realtà altra, senza tempo e attualissima.

Matthias Brandes è un artista meditativo, lentissimo e meticoloso, che soffre la creazione di ogni singolo quadro pagandola con dubbi e insicurezze, ripensamenti e indecisioni che appaiono inimmaginabili a chi si trovi davanti la perfetta e appagata tranquillità del risultato finale. Scrivere dei suoi dipinti - come inevitabilmente richiede la critica - come di un unico lavoro indistinto, dunque, insinua lo spiacevole sospetto di commettere un tradimento. E nel profondo della sua anima l'artista considera un tradimento del proprio lavoro anche il momento della mostra. Ognuna delle sue creature, cesellata in ore e ore di lavoro, pennellata dopo pennellata, notte insonne dopo notte insonne, è lì, appesa al muro, affiancata a tutte le altre come se fossero meri fotogrammi dello stesso film.

A ognuna lo spettatore non potrà dedicare più di qualche minuto, distraendosi, rischiando che l'occhio vaghi da un quadro all'altro, che la mente sia chiamata a rispondere a una domanda, a un pezzo di conversazione. Che cosa potrà mai cogliere di tutto quello che il dipinto è? Eppure il pittore dipinge per gli altri, non potrebbe mai sopportare di tenere tutto quel tumulto di emozioni solo per sé. Dipinge per far conoscere il suo lavoro, per raccontare il suo mondo sognato fatto di case nelle quali è impossibile entrare e di cieli talmente limpidi che le nuvole appaiono solo un pretesto per intingere il pennello in un altro colore. Ma va bene così. Anche se di quel sogno resterà attaccato a chi lo guarda solo un piccolo brandello, l'opera sarà compiuta. Il pittore saprà di avere fatto il suo dovere.

Introduzione al catalogo della mostra alla Galleria L'Immagine,
Milano 9 aprile -19 maggio 2007



Il giocattolo diventa poesia

Intervista a Matthias Brandes

A.Redaelli: In che modo ti sei formato come pittore?

M. Brandes: Mi sono iscritto all'Accademia di Amburgo nel 1969. Dopo il sessantotto, o facevi politica, video, manifesti oppure eri un reazionario che faceva arte borghese. Per noi che amavamo la pittura, il realismo politico e sociale offriva una via di mezzo. E poi c'era la DDR, con una tradizione pittorica molto apprezzabile. Il mio maestro è stato Gotthard Graubner, un astrattista che si era formato a Dresda. Da lui ho appreso il mistero del colore e l'importanza di Cézanne per la pittura moderna.Ma in fondo dipingevo poco. Studiavo per diventare professore di liceo, quindi dovevo purtroppo occuparmi anche di pedagogia e didattica a 29 anni, con il comprensibile ritardo di una vita studentesca politicamente ed emotivamente movimentata, avevo finalmente l'abilitazione per l'insegnamento ginnasiale in tasca.

Ma invece di insediarmi in qualche ginnasio con un sicuro stipendio statale mi sono ritirato qui nelle campagne del Veneto, che allora era ancora una terra povera. Riconoscevo di non sapere ancora dipingere e così ho cominciato da capo, da autodidatta. Quadri molto piccoli. Tre pere, qualche paesaggio, ritratti. Da studente ammiravo Guttuso, ma ora cominciavo a perdere la testa per Morandi. Un po' alla volta ho cercato di assorbire tutta la pittura figurativa italiana del Novecento, Carrà, Sironi ecc.

Ma la folgorazione è arrivata dopo qualche anno, a Venezia, a una mostra di Balthus. Autodidatta come me e anacronista, Balthus, in pieno espressionismo astratto, dipingeva le sue fanciulle in uno stile ispirato a Piero della Francesca. Che coraggio!

A.R.: Come nascono i tuoi dipinti? Da dove viene l'idea che poi si trasforma in quadro?

M. Brandes: Se lo sapessi! Non c'è un motivo razionale. Le Navi, per esempio, sono nate così: a otto anni mio figlio andava matto per la storia del Titanic. Era appena uscito il film e la vicenda lo aveva colpito moltissimo. Così, come giocattolo, decisi di costruirgli una semplice nave di cartone. Un giorno l'ho vista lì, abbandonata su un tavolo, e improvvisamente mi sono reso conto della magia che sprigionava in quella posizione: un oggetto imponente come una nave appoggiato su un tavolo! Così ho cominciato a sviluppare questo soggetto ed è nata la serie delle Navi.

A.R.: Mi incuriosiscono le simbologie della tua pittura. Perché una casa - che per antonomasia si considera qualcosa di solido e protettivo - è in equilibrio instabile o, addirittura, qualche volta vola?

M. Brandes: Credo che le mie case, in fondo, siano esseri viventi, personalità singolari o strani animali. Lo diventano perché sono strappate al loro contesto naturale. A questo punto possono anche volare. Lo trovo assolutamente plausibile.

A.R.: Tra i tuoi ultimi lavori ci sono alcune figure femminili. Imponenti e sacrali come Madonne. Ci spieghi questa nuova svolta?

M. Brandes: In realtà ho sempre dipinto ritratti e figure, anche se ho scelto di non farne la mia produzione principale. Quello della figura è un terreno molto scivoloso. Potrei dirlo con una battuta: dipingendo la figura è facile fare una brutta figura. Del resto è un soggetto talmente sperimentato nella storia dell'arte da avere nel passato esempi assolutamente insuperabili. Se non accetti di cavartela con delle banali deformazioni espressionistiche o con delle caricature, sei costretto a misurarti con dei giganti. E' un tema che mi piace e a cui sono profondamente legato per motivi personali, ma confesso di avere tanti scrupoli. Forse troppi.

A.R.: I tuoi dipinti sono intrisi di emozioni. Contengono molto di te. Dipingi di più per te o per chi acquisterà il quadro?

M. Brandes: Credo nell'importanza del dipinto sopra il divano. Mi piace immaginare quello che accade nella casa di chi ha acquistato un mio dipinto. Pensare che lo veda alla mattina, appena sveglio, e la sera, prima di addormentarsi. Che lo osservi con la luce naturale, con quella elettrica e, perché no, anche alla luce di una candela. E che ogni volta il dipinto si dimostri diverso, che lo spettatore non si stanchi mai di guardarlo, neanche dopo tantissimi anni. Questo perché il dipinto contiene un segreto, che si intuisce, ma che non potrà essere mai scoperto.

A.R.: In una società come quella in cui viviamo oggi, bombardata da immagini forti e ossessionanti come quelle che offrono non solo la televisione, ma anche internet e tutta la comunicazione digitale, qual è il ruolo del pittore?

M. Brandes: Nel passato la pittura aveva il monopolio della produzione di immagini. C'erano luoghi deputati all'immagine, come chiese e palazzi, e i pittori formulavano la collettiva coscienza visiva dei lori tempi. Ora, con la fotografia, il cinema, la televisione e tutto il resto, i pittori sono ridotti all'espressione dell'assoluta soggettività. Oggi, l'imaginazione collettiva viene elaborata dai mass media, velocissimi e onnipresenti.

La pittura non può competere con questi processi. Il suo compito è quello di creare spazi di percezione contemplativi, fuori dal tempo. In questo senso la pittura è e resta insostituibile: nella creazione di un "contromondo" interiore. Prendiamo Mark Rothko, ad esempio, che a mio parere è uno dei maestri assoluti del Novecento. Impossibile cogliere qualcosa di una sua opera senza raccogliersi in contemplazione. Ecco, più contemplazione necessita, più mi piace la pittura. E più la pittura, oggi, ha senso.