Recensioni

Paola Bonifacio

Matthias Brandes, opere recenti

Su un tavolo dalla linda tovaglia gonfia di luce sostano silenti un cipresso e una casa in miniatura.

La naturalezza apparente della composizione nasce dalla sintesi elementare delle forme, dai toni pacati dei colori, dallo spazio altro illuminato dallinterno, vivificato dalla calma e calibrata tensione espressiva. E un equilibrio però, appunto, apparente. La tecnica pittorica restituisce infatti in maniera sommaria ma chiaramente percettibile - l’irregolarità materica che sostanzia le pareti e il tetto del piccolo edificio leggermente asimmetrico, e gli elementi vivi, naturali che suggeriscono le nervature del tronco e la chioma leggermente mossa dell’albero. Questi indizi, questi labili frammenti di realtà, contribuiscono in maniera significativa ad alimentare nell’osservatore quel senso di curioso straniamento (Haus mit blauem Eingang, 1991) che cattura, attraendo, chi si ponga davanti alle ultime opere di Matthias Brandes.

Il pittore, d’altro canto, opera da sempre all’interno di questa sospesa spazialità antinarrativa; gli oggetti che inizialmente propone nei suoi quadri (Grande caffettiera, Limoni, Il cappello del nonno, etc.) parlano della sua patria delezione - l’Italia , riscattata dalla consueta e deformata visione tipicamente folklorica che ancora del nostro Paese ne ricava il mondo tedesco, cui pure il pittore appartiene per nascita. Brandes parte così da stilemi tematici ricorrenti (le nature morte, i tipici interni mediterranei) per bloccare gli oggetti, ricostruendoli in forme sintetiche attraverso una solida luce nordica che li chiude nel quadro: ricomposti sulla tela con lavoro paziente e rigoroso, qui essi si appropriano di volumi e rapporti formali equilibratissimi, dalla compostezza rinascimentale. D’altra parte, questa suggestione ideale interessa anche lo spazio esterno allopera: la sintonia con lambiente, l’equilibrata interazione tra i due luoghi cercata dal pittore il dentro pittorico e il fuori architettonico - creerà con l’osservatore un significativo rapporto empatetico, anchesso di chiara ispirazione umanistica.

Lasciata per il momento da parte la serie dei Bagnanti (1991-1993), congelata in un’affascinante solitudine atemporale, giungiamo ai lavori attuali.

Va detto, intanto, che per Matthias Brandes ciò che nasce dall’immaginazione è di gran lunga più interessante del dato reale. E quanto il pittore immagina, e con pacata, ma ripetitiva ossessività, dipinge in questo periodo, pur proposto in varianti ben definite, è sempre lo stesso soggetto: la casa-individuo, come ama definirla il pittore.

Un artista quando si esprime continua Brandes o racconta la sua vita o commenta la pittura; o, forse, fa entrambe le cose, si potrebbe aggiungere. E vero, infatti, che suggestioni innegabili al suo modo di dipingere derivano dall amore profondo per il citato Quattrocento italiano, filtrato attraverso i silenzi di Morandi e la misteriosa luce di Balthus, o la monumentalità fortemente chiaroscurata e plastica di Sironi; in alcune prove il pittore guarda anche alla densa matericità cromatica di Permeke, all’intensa espressività del primitivo Rosseau, e, naturalmente, alla surrealtà di Magritte...

Nelle opere recenti di Matthias Brandes emerge però, con una certa evidenza, una connotazione fortemente autobiografica: il fatto di sentirsi, in fondo, un tedesco sradicato per i continui spostamenti della famiglia durante l’adolescenza tra Francoforte e Amburgo, lo induce oggi, superato il tradizionale richiamo romantico del nordico per l’Italia, a sentirsi nel nostro Paese dove ormai vive da anni, ancora un estraneo, ma un estraneo che - per sua stessa definizione - qui riesce ad entrare. Entrare, quindi non tanto per una ricerca d’integrazione sociale, peraltro già in corso di consolidamento quanto per instaurare un contatto significativo con una cultura, spirituale e artistica, di cui avverte profondamente il fascino e la forza. Entrare, quindi, attraversando magari quelle sue porte aperte nella penombra sull’unica, graziosa scala dal sottile corrimano azzurro (Casermone 1997-1999), avventurandosi nelle elementari dimore dalle connotazioni architettoniche minime, dove lelemento classico è risolto in sfumata citazione, perché è in realtà l’atmosfera in generale a mostrarsi debitrice di una ricerca di affinamento e conoscenza più profondi. La possibile soggezione all’amato universo pittorico, è risolta da Brandes portando su un piano parzialmente ludico le composizioni, privandole di figure, e, quasi, di paesaggi, risolti piuttosto come scabre casse di risonanza di una calma attesa (Piazzetta 2, 1999). Lo spazio senza tempo e aria accoglie interi quartieri, accumulando gli edifici dipinti come giochi dimenticati, abbandonandoli in equilibrio precario, rovesciandoli gli uni sugli altri, facendoli levitare (Limprevisto, 1999), talvolta cristallizzandoli alla maniera di Magritte (Eclisse, 1999; Villaggio Marino, 1999), oppure affondandoli in un mondo liquido, teso e silenzioso.

Presentazione della Mostra a Cà Lozzio/Oderzo, Domenica 6 Febbraio 2000